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Adolfo il Gufo

Adolfo il Gufo è sempre arrabbiato.
Lo è da quando, ancora quasi implume, vide la sua immagine riflessa, nel minuscolo specchio d'acqua, contenuto in una foglia lassù, accanto al suo nido di piccolo gufo.
Ad Adolfo non piacciono i suoi occhi.
Li detesta e non c'è nulla da fare né nulla da dire, nessun discorso possibile lo può convincere, né il vedere tutti i suoi simili, osservare il mondo con i medesimi, grandi occhi, lo persuade che nel suo sguardo non vi è alcunché di anormale e neppure nulla di così terribilmente brutto.
Non gradisce la compagnia degli altri gufi poiché vedendoseli attorno, egli rivede in loro i suoi brutti, bruttissimi occhi.
Quando è costretto a socializzare è sempre scontroso, di malumore, sgarbato, tanto che, ormai tutti gli stanno alla larga e lo additano da lontano come “Quello strano”.
Tante volte Adolfo si è fermato a guardare gli altri uccelli, coi loro piccoli, graziosi occhietti vispi e scuri, così discreti, così eleganti, così espressivi e privi di quello stupore eterno che invece egli ha, suo malgrado, poco più su del becco.
Vorrebbe fare cambio con uno qualsiasi di loro, con la Gazza magari, dalla risata squillante che ode al mattino, prima di intrufolarsi in un luogo appartato ed ombroso.
Ella ha occhi belli e chiari, ed Adolfo pensa che la sua allegria il suo essere così socievole e scavezzacollo, sia merito di quella luce che essa possiede per l'appunto nello sguardo.
Ed ogni giorno che scorre via, porta in questo Gufo solitario e malmostoso, un desiderio sempre più forte di isolamento, di fuga verso luoghi lontani e disabitati.
Trova una notte, poco prima dell'alba, rifugio in un vecchio fienile dove decide di restare un po' di tempo appollaiato, sulle vecchie travi polverose e tarlate di quel luogo isolato dal mondo.
E come una Diva decaduta degli anni d'oro del cinema, come una sorta di pennuta Greta Garbo, lì si ritira per uscire solamente quando la fame si fa pressante.
Questa sua quieta e malinconica routine, un giorno viene spezzata da un cigolio improvviso e spaventoso, che proviene dalla grande porta di legno cadente, che sigilla il fienile in disuso.
Un allegra vocina e gridolini infantili giungono alle sue orecchie stupite, ed egli si ritrova a guardare giù, pronto già a spiccare rapido volo in caso di pericolo.
E guardando di sotto i suoi occhi incontrano quelli di un bambino.
Adolfo rimane affascinato dalla bellezza di quello sguardo e resta lì, esposto, a farsi rimirare.
Eppure non vorrebbe farsi vedere ma c'è qualcosa negli occhi del piccolo che egli non aveva mai visto prima: una meraviglia totale rivolta verso un punto ben preciso: lui.
Così resta lassù mentre il bambino chiama qualcuno, con la voce piena di emozione e stupore, e resta lassù anche quando vede arrivare altri esseri umani, adulti stavolta, che si mettono ad osservarlo coi medesimi, enormi ed incantati occhi del piccolo.
Il bambino da quel giorno tornò spesso a trovarlo, e restava ad osservarlo per lunghissimi minuti sospesi nel silenzio, che solo un grande stupore può produrre.
Ed un giorno arrivò armato di fogli di carta e pennarelli, per ritrarre in ingenui disegni il suo splendido “amico”.
E in quei disegni gli occhi di Adolfo erano enormi e bellissimi, e sempre colorati con cura di un giallo brillante.
Il bambino colorava solo loro, quegli occhi che tanto lo avevano stregato, che tanto lo facevano restare a testa in su sino a farsi venire il torcicollo.
Fu così che Adolfo imparò ad amare i propri occhi, dopo che, attraverso altri occhi, egli aveva imparato a guardarsi.
ADOLFO IL GUFO è in terracotta modellata e dipinta a mano ed ora anche in pasta sintetica (Fimo)
